A Tor Bella Monaca non piove mai, la periferia romana secondo Marco Bocci

(di Alfonso Romeo) Negli ultimi anni la problematicità della periferia romana risplende di nuova luce sul piccolo e grande schermo, descritta, va detto, quasi costantemente con la medesima chiave di lettura. Personaggi e/o contesti decisamente alterati, orfani di un’introspezione profonda abbastanza da provocare empatia o comprensione a tutto tondo negli occhi di chi osserva: buoni o cattivi, bianco o nero, onesti o corrotti. Non è questo il caso di A Tor Bella Monaca non piove mai, opera prima dell’attore Marco Bocci, con Libero De Rienzo, Andrea Sartoretti, Antonia Liskova, Lorenza Guerrieri, Fulvia Lorenzetti e Giorgio Colangeli.

Il film, prodotto da Santo Versace, Gianluca Curti e Carlo D’Ursi è tratto dall’omonimo libro (scritto proprio da Bocci) e sarà al cinema a partire dal 28 novembre.

La storia è quella dei fratelli Mauro e Romolo, mite e compìto il primo, irascibile e con una fedina penale non propriamente limpida il secondo. I due, che vivono dai genitori tra mille ristrettezze economiche, tentano di mandare avanti l’intera famiglia, tra lavoretti saltuari e in nero. Ma dopo una serie di traversie, la vita a Tor Bella Monaca diventa così difficile al punto che persino Mauro, per amore dei propri cari e della bella Samantha, dovrà fare i conti con se stesso e con lo scavalcare il confine della legalità.

Il punto di forza di A Tor Bella Monaca non piove mai è decisamente l’approccio al tema, ovvero l’addentrarsi in realtà controverse e spietate con quelle tinte di delicatezza e ironia difficilmente riscontrabili altrove, e che in questo fa ricordare La kryptonite nella borsa di Ivan Cotroneo (2011).

La narrazione è infatti priva di giudizi o pregiudizi, ai personaggi viene sempre concessa la possibilità di un riscatto morale agli occhi del pubblico. Lo stesso Bocci puntualizza: «Il film nasce dal desiderio di raccontare le persone come esseri umani, pieni di tentazioni, difficoltà e percorsi quasi obbligati, nasce dall’importanza di riconoscere la propria natura e la capacità di accettarla per quello che è». Certamente, ai fini del grande schermo, risulta sempre più scorrevole e sicuro costruire un carattere forzatamente statico, ma la scommessa del regista è stata proprio quella di fornire ai protagonisti diversi gradi di umanità che convivono in una sola persona, come d’altronde accade nella vita reale, in cui non esiste chi possa definirsi in assoluto buono o cattivo. La scommessa è vinta anche grazie all’ottimo lavoro degli attori, che riescono senza sforzo a imprimere la disperata voglia di vivere di un intero quartiere, quella voglia di vivere che conduce a errori e compromessi.