Venezia 76, il cinema dei legami

(di Eugenia Chierico) Le scelte di Venezia 76 sono di qualità, un cinema che porta anticipazioni di quello che sarà il futuro prossimo delle grandi storie audiovisive. Storie che parlano di persone. È forse per questo che l’uomo, con la sua immensa e sfaccettata complessità, che inevitabilmente si misura e si scontra con le relazioni amorose, familiari, ne è fulcro. Ma questo ci è già forse comunicato dal maestro di illustrazione Lorenzo Mattotti che, con il manifesto ufficiale, offre la suggestiva immagine di una nave che apre nuovi orizzonti, con due persone che si avviluppano in un abbraccio che sembrerebbe eterno, incrollabile. Storie di legami fragili, di equilibri instabili che celano quesiti, domande e che rivelano intimità, parole non dette, segreti.

La mostra si è aperta con La vérité di Hirokazu Kore-eda raccontando una piccola storia di famiglia che si sviluppa principalmente in una casa. All’interno di questo microcosmo il regista ha fatto vivere i personaggi, con le loro menzogne, orgogli, rimpianti, tristezze, gioie e riconciliazioni. È la storia di una madre e una figlia (Catherine Deneuve e Juliette Binoche), due figure complementari ma che devono sostenere un confronto evidentemente rimandato negli anni da cui emerge tensione, sofferenze sottaciute di un rapporto costruito sulla dicotomia amore/rancore sotto l’attento occhio del regista che restituisce, in punta di piedi, con una aulica eleganza, una perfetta immagine introspettiva delle due.

Tema molto caro anche al regista Noah Baumbach che con Marriage Story regala allo spettatore una nuova prospettiva sulla fine di una storia d’amore, una proposta più generosa del divorzio. Questo lungometraggio, con i suoi meravigliosi primi piani dichiaratamente ispirati a Persona di Ingmar Bergman, cerca la storia d’amore all’interno del crollo. La speranza nelle aule di tribunale, in mezzo ai documenti e alle regole. Infatti la pellicola inizia in medias res, lasciandoci immergere all’interno della relazione dei due protagonisti (Scarlett Johansson e Adam Driver). Due lettere/elenco che si scrivono, con tutti i pregi l’uno dell’altro. Scene di una ineffabile dolcezza montata con svelte occhiate sulla quotidianità dei due amanti, sebbene subito si riveli essere solo un disperato tentativo di riconciliazione dinanzi a un mediatore. Un meraviglioso declino dove i film diventano un antidoto al divorzio. Un mondo non di separazione ma di amore, un inno a legami che, seppur spezzati, mutano restando coesi.

Il regista di Ad Astra, James Gray, invece, parla dell’importanza di preservare i legami umani con una storia intima di un figlio (Brad Pitt) che ha sofferto l’assenza del padre (Tommy Lee Jones), leggendario astronauta scomparso tra le stelle quando lui era bambino. Si ritrova all’interno dello spazio – uogo immenso, terrificante – alla ricerca del genitore, dinanzi i suoi turbamenti emotivi che lo hanno chiuso in un bozzolo di solitudine per tutta la sua vita.

Tra i film più attesi in concorso, anche Joker di Todd Phillips mostra, in uno spin-off sul più iconico antagonista mitizzato dalla DC Comics, un’impressionante introspezione sul personaggio: bullizzato, emarginato, calpestato che deve la sua instabilità mentale alla triste infanzia nella sua famiglia, composta unicamente dalla madre. Arthur (Joaquin Phoenix) e sua madre, infatti, vivono di stenti e illusioni. Lui sogna di diventare uno stand-up comedian, un comico di cabaret, e di rendere gli altri felici: “Mia madre mi diceva sempre di sorridere. Mi diceva che ho uno scopo: portare risate e gioia nel mondo”. Ma non sa far ridere e la gioia si trasforma subito in dolore e violenza. Lei spedisce lettere al miliardario Thomas Wayne, convinta che Arthur sia suo figlio, celando – inconsciamente – dei segreti che faranno definitivamente sprofondare il protagonista nell’abisso della follia, poi votata al crimine. È la realtà, la scoperta di segreti familiari quindi, a generare follia e a trasformare Arthur in Joker, visibile da invisibile che si muove a passo di danza e sguaina una risata che è malattia, un irrefrenabile, doloroso singhiozzo.

Dunque questa settantaseiesima Mostra del Cinema scava nelle pieghe più buie dei rapporti umani. Il legame diventa specchio, identità, coscienza di sé, luogo o non-luogo di appartenenza, scenario di riconciliazione con una dimensione personale e collettiva, ma anche di distruzione e follia.