Che anno è?, la rubrica di cinema e musica di Giorgio Cavagnaro, questa settimana ci propone il 1975: Rimmel di Francesco De Gregori e Profondo Rosso di Dario Argento

Per molti il 1975 ha rappresentato la fine di un decennio musicale straordinario, anomalo, iniziato con la rivoluzione planetaria del rock inglese e americano e andato poi, per fortuna molto lentamente, declinando. Anche il cinema era in subbuglio, ma la sua evoluzione dopo lo shock di Blow up, Il Laureato e tanti altri fino al folgorante Duel del ‘73, continuò imperterrito a stupire, con sempre crescente energia innovativa.

Il ’75, dicevamo. Per l’Italia, l’anno di Rimmel, capolavoro di Francesco De Gregori, all’epoca oggetto di contestazioni da parte di miopi e supponenti critici musicali. Per me, un sogno a occhi aperti, una folgorazione. Imparai subito a eseguire al piano le ammalianti note del pezzo che dà il titolo all’album, e lo canto ancora a squarciagola a 45 (quarantacinque) anni di distanza, per la gioia di grandi e piccini. Mai amante della leggiadra Buonanotte Fiorellino, utilizzata dal gestore nella mia balera toscana preferita per mandare a casa i nottambuli incalliti, consiglio a tutti un pezzo meno popolare, dal titolo Le storie di ieri:

E anche adesso è rimasta una scritta nera
Sopra il muro davanti casa mia
Dice che il movimento vincerà
I nuovi capi hanno facce serene
Le cravatte intonate alla camicia

Ma il bambino nel cortile si è fermato
Si è stancato di seguire aquiloni
Si è seduto tra i ricordi vicini, rumori lontani
Guarda il muro e si guarda le mani…

Questa è capacità profetica, propria degli sciamani, dei poeti e dei grandi artisti.

Al cinema si andava invece col cuore denso di trepidazione, per l’aura sinistra che circondava l’uscita dell’ultimo film di Dario Argento.

Profondo Rosso doveva necessariamente essere un capolavoro, l’apice di una carriera fino a quel momento folgorante, e lo fu. Un giallo al limite della perfezione, che costituirà per il futuro del regista romano un autentico problema. Infatti Argento, costretto a uscire, per superarsi, dalle linee narrative visionarie ma sempre magistralmente mantenute nei labili binari del realistico, non ha raggiunto più i livelli dei primi quattro, mitici film, abusando del paranormale e dell’horror fine a se stesso, perdendo in tal modo la genialità costituita, se così si può dire, dalla banalità del male.

Sfido chiunque ad affermare di aver indovinato, in sala, l’identità dell’assassino. Se ve lo dicono, date a costui tranquillamente del bugiardo. Sarebbe capace di raccontarvi che era riuscito a individuare il suo volto, spudoratamente offerto al pubblico nel fotogramma memorabile di un beffardo gioco di specchi mostrato ben prima della cruenta rivelazione finale, nel crescendo martellante della musica targata Goblin, perfetta come poche altre colonne sonore.

Come vedete, sono ancora attento a non fare spoiler. Dopo quattro decenni e mezzo, credo sia il miglior complimento per un film giallo.