Che anno è?, la rubrica di cinema e musica di Giorgio Cavagnaro, questa settimana ci propone il 1971: Arancia Meccanica di Stanley Kubrick e Baba o’ Riley degli Who

Chi, come me, ha straveduto per decenni e decenni appresso alla musa ammaliatrice del rock’n’roll sa bene che la sua struttura portante è costituita da tre, al massimo quattro accordi, sorretti da una robusta sezione ritmica e da una voce veramente fuori del comune. Ed ecco l’identikit della canzone che potrebbe degnamente rappresentare la bandiera, il vessillo indiscusso, il manifesto di quanto sopra esposto. Si chiama Baba o’ Riley, ed è stata incisa da The Who nel 1971, l’anno della puntata di oggi. Difficile non farsi travolgere dall’emozione ascoltando, ma che dico, essendo violentati da questo pezzo che ha fatto la storia. Il gioco alternato di voci tra Pete Townshend e Roger Daltrey, il basso tellurico di John Entwistle e il drumming sregolato del folle Keith Moon ti portano per direttissima nella teenage wasteland descritta da un testo minimale, disperato e visionario, molto più di quanto Beatles e Rolling Stones avessero prodotto fino allora. E alla fine di ogni ascolto, ancora oggi puntualmente mi viene voglia di afferrare un’ideale Fender e sfasciarla, in una pioggia di scintille elettriche, sulla cassa della batteria di Keith, già messa a dura prova durante l’esecuzione, sentendomi ancora giovane e gagliardo.

1965, Paris, France — British Band The Who — Image by © Tony Frank/Sygma/Corbis

Tutto questo ci porta in carrozza al film dell’anno, capolavoro molto karasciò di Stanley Kubrick.

Arancia Meccanica andammo a vederlo, io e miei amici del tempo, con l’entusiasmo dei diciottenni ansiosi di vederla grossa, ma non senza un filo di sottile inquietudine per l’alone sulfureo, l’effluvio di ultraviolenza che il film aveva già sparso a piene mani per il mondo. E le aspettative non furono certo deluse. Le avventure dell’amorale Alex e dei suoi drughi, giovani delinquenti di un futuro possibile (poi confermato purtroppo dai fatti di cronaca) erano davvero spaventosamente crudeli. Ma la reazione delle autorità, una volta messe le mani sul nostro protagonista, il monumentale Malcolm McDowell, si rivelava nel secondo tempo del film altrettanto violenta: Alex viene privato del libero arbitrio, dopo l’allucinante cura Ludovico. Ma, divenuto capo della polizia, continuerà a praticare l’amata ultraviolenza, stavolta dalla parte “giusta”. Una vera “clockwork orange”, nel significato che lo slang della periferia londinese attribuisce ai delinquenti dall’apparenza irreprensibile ma all’interno più pericolosi degli altri.

Il successo che ebbe il film fu epocale. Ricordo che nel ’71 si celebrava ancora il carnevale in centro, tutti mascherati in una tacita gara a chi sfoggiava il costume più sorprendente. Io ero vestito da cardinale, e nella folla di Via Veneto mi capitò di incontrare il “papa”, biancovestito e benedicente. Un momento mitico, superato solo dall’apparizione di un gruppo di drughi, in tuta bianca e sospensori, bombetta in testa e manganelli finti. Il capo aveva anche le ciglia finte di Alex a un occhio. Chapeau.