Che anno è?, la rubrica di cinema e musica di Giorgio Cavagnaro, questa settimana ci propone Una bambolina che fa no, no, no (Michel Polnareff, 1966) e Grand Prix (John Frankenheimer, 1966)

Chiedetemi se esiste una Madre di Tutte le Canzoni, per noi teenager ribelli immaginari degli anni Sessanta: vi risponderò facilmente.

I tre accordi su cui Michel Polnareff, strano tipo di francese di origine russo-ebraica, secco secco e ossigenato, costruì nel 1966, anno della nostra puntata, Una Bambolina che fa no no no, pezzo destinato a fungere da palestra musicale per decine di migliaia di ragazzi vogliosi di far bella figura sulle spiagge di tutta Europa, erano i più semplici mai visti e conosciuti: Mi+/La+/Re+. Ma la canzone faceva il suo effetto, eccome.

Un po’ come sarebbe successo anni dopo con La Canzone del Sole di Lucio Battisti, ma già i teenager erano cresciuti, si pensava meno a cantare e più a limonare, accanto al falò, e il povero chitarrista cominciava a capire che forse lo stavano fregando.

Polnareff la incise anche in italiano, dovendo fronteggiare la concorrenza di “Quelli”, gruppo niente affatto male visto che, accanto a un improbabile Teo Teocoli alla voce schierava l’ossatura della futura Premiata Forneria Marconi, e scusate se è poco.

Proprio in quell’anno si accese in me una fiamma destinata a divampare per almeno due decenni: quella per l’automobilismo. Surtees, Bandini, Brabham, Stewart, Clark, eroi favolosi che purtroppo morivano come mosche in quell’epoca crudele, dove la sicurezza sulle piste era un optional. E nei cinema uscì un grande film: Grand Prix, di John Frankenheimer, forse la pellicola più appassionante e convincente sul mondo della Formula 1. Un grandissimo Yves Montand interpretava il pilota Jean-Pierre Sarti, numero uno della Ferrari stanco e sul viale del tramonto, riuscendo a esprimere da par suo il cinismo del campione vero in lancinante contrasto con la voglia di ritirarsi dal circo folle. Magari per inseguire il sogno di una vita d’amore insieme all’appassionata Eva Marie Saint. Credo di averlo visto tante volte che so a memoria tutte le battute di una sceneggiatura scarna, ma perfetta per restituisce in modo incredibilmente preciso l’atmosfera di quegli anni irripetibili, in giro per le piste europee: il sole di Montecarlo, la pioggia di Spa, i verdi cupi del Nurburgring.

C’è perfino l’esordio nel cinema di Françoise Hardy, letteralmente incantevole icona d’epoca, a illuminare i box allora spartani, densi di odore di benzina e additivi.

Naturalmente il film si conclude a Monza, con il commendator Ferrari (un impeccabile Adolfo Celi) che espone la bandiera nera, ritirando così la squadra dal Gran Premio d’Italia.

Perché? Non ve lo dico, anche se lo avrete già capito.

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