Che anno è?, la rubrica di cinema e musica di Giorgio Cavagnaro, questa settimana ci propone She Loves You (The Beatles, 1963) e I Mostri (Dino Risi, 1963)

Ed ecco, è arrivato il momento di parlare di loro. Nel 1963 irrompe, sul mercato italiano e anche in casa mia, qualcosa che avrà più o meno l’impatto dell’atterraggio di un’astronave aliena a Piazza del Popolo. È uscito She Loves You dei Beatles e tutti lo vogliono, tutti lo cercano, tutti improvvisamente urlano Yeah!Yeah!Yeah!!!

La foto che accompagna questa puntata, stropicciata e sbilenca, è quella della copertina originale della mia copia del disco, introdotto in casa da mio fratello ma subito oggetto di culto da parte del ragazzino di nove anni che mai, allora avrebbe pensato di scriverne sul giornale più di mezzo secolo dopo.

La mia professoressa delle medie, bella e slanciata signora dalle idee risolute, ne parlava alla classe ma proprio non si dava pace del successo dei Beatles. La massima concessione che, spontaneamente riusciva a rilasciare, dopo la stroncatura, era: «Musica? Non ne parliamo proprio, ragazzi. Quello che hanno questi quattro, lo devo ammettere, è il ritmo. Solo Il ritmo». Ma pronunciava la parola “ritmo” raddoppiando la “r”, tradita da una latente eccitazione sessuale di cui era certamente inconsapevole ma che esisteva, oh se esisteva. D’altra parte, giudicando She Loves You, testo banale e musica orecchiabile ma non certo sublime come sarebbe diventata in seguito l’arte dei Fab Four, bisogna riconoscere che aveva ragione la professoressa. Era il ritmo, che ti afferrava per i capelli e ti scaraventava nel groove della vita che volevi vivere da giovane, agitando i capelli  come un forsennato, desiderando che la tua compagna di classe amasse te, non quell’altro, e gridando la tua frustrazione al cielo della generazione di teenager più creativa e compatta che si sarebbe vista in giro per parecchi decenni, e che ancora si fa sentire.

L’Italia che si accingeva ad assimilare i Beatles e tutto ciò che ne sarebbe derivato è rappresentata in maniera impeccabilmente precisa da un film dello stesso anno, il 1963, I mostri di Dino Risi. Naturalmente i mostri del titolo sono gli italiani comuni, poi rappresentati da Paolo Villaggio nei panni grotteschi di Fantozzi, secondo il principio vincente che la gente va al cinema pensando di ridere del proprio vicino di sedia mentre sta guardando se stesso in uno specchio crudele.

Per motivi anagrafici, ho visto I mostri per la prima volta solo alcuni anni dopo, in televisione. Ma la galleria, insuperabile per acutezza antropologica, di quei personaggi si era infiltrata in casa mia attraverso i soliti fratelli maggiori, che non facevano altro che citare episodi e battute del film. In particolare il Gassman pugile intronato che ripete “…e so’ contento…”  oppure “Bortignon mena, mena..” al suo carnefice insinuante Tognazzi che lo vuole riportare sul ring a scopo di lucro. Battute che fanno parte della colonna sonora della mia infanzia e del lessico famigliare condiviso degli anni Sessanta.

Non posso fare a meno, per finire in gloria, di citarvi una curiosità e un episodio del film che mi accompagna da sempre: il bambino che riceve la sua educazione civica da Tognazzi, padre italiota nel primo episodio del film, è proprio il figlio di Ugo, Ricky, esordiente di successo.

L’episodio Che vitaccia! invece ve lo racconto. Gassman è un poveraccio di borgata, un disgraziato senza arte né parte che vive con la moglie e un certo numero di ragazzini in una baracca da periferia pasoliniana. È disoccupato, si sente in colpa di non essere in grado di sostentare la famiglia, recita un mea culpa disperato mentre la moglie, impegnata in mille faccende domestiche, invece di inveire lo tranquillizza, maternamente. Più Gassman dice che no, non può spendere soldi che in famiglia sono vitali per la sopravvivenza, per i medicinali del figlio malato, che lui è uno scellerato, un irresponsabile, un incosciente e più la moglie minimizza e lo spinge a non preoccuparsi, ad “andare”. Alla fine, senza sforzo, lo convince (“Vacce, vacce, al ragazzino ce penso io…”). Vediamo l’omone spingere sui pedali di un motorino troppo piccolo per lui e allontanarsi sulla strada polverosa: ha deciso di “andacce”. La scena seguente lo ritrae allo stadio Olimpico, con gli occhi allucinati, sugli spalti della Curva Sud, avvolto in un drappo giallorosso proprio mentre la Roma segna. Lo stadio esplode, ma la reazione di Gassman tifoso è da antologia: guardandolo, temiamo seriamente per la sua salute, mentre urla “Forza lupiiiiiiiiii li mortacci loroooo”, ripetendo istericamente il gesto dell’ombrello contro gli avversari e il mondo intero,  prima di accasciarsi letteralmente sui vicini e cadere in catalessi. “Oddio lo sturbo oddio forzaRomaaaaaaaaaa!!!!!!!”  Caricatura di un grande attore, certo. Ma mica poi tanto. Queste scene io le ho viste coi miei occhi, al tempo.