Che anno è?, la rubrica di cinema e musica di Giorgio Cavagnaro, questa settimana ci propone La cosa da un altro mondo (Rai per la fiera di Roma, 1967) e Ruby Tuesday (The Rolling Stones, 1967)

Per motivi imperscrutabili, ieri come oggi, negli anni Sessanta la Rai trasmetteva dei film alle dieci di mattina. “In occasione della Fiera, per Roma e dintorni” diceva la signorina di turno, quale fosse il collegamento non si sa. Succedeva anche, in tempi ovviamente diversi, anche per Milano e Bari. A Roma però i film mattutini erano trasmessi in autunno, a scuole aperte, dunque fruivano di questa indimenticabile goduria gli influenzati, veri o finti che fossero. Lo so che sembra assurdo, oggi, ma vi assicuro che il film in bianco e nero di mattina, alla Rai, era l’anticamera della felicità, e valeva senza dubbio il sotterfugio.

Naturalmente li vidi quasi tutti, ma uno di loro mi punì severamente. Un film, dico. Era La cosa da un altro mondo, anno 1951, diretto da un Howard Hawks non accreditato. La storia di questa astronave che rimane intrappolata nel ghiaccio del Polo Nord e del manipolo di intrepidi umani chiamati ad affrontare il cattivissimo, gigantesco uomo-albero extraterrestre risvegliato dal congelamento è a dir poco terrificante. Più di Alien I, II e III messi insieme. Ero solo a casa, a gustarmi a letto la finta malattia e il film vero: tutti usciti, madre, padre, fratelli, tutti. Nel momento in cui appare la terribile sagoma aliena, stagliata controluce, più grande della porta del locale dove i nostri eroi lo aspettano nel buio, per tentare l’ultima carta rimasta, sono quasi svenuto dalla paura. Ben mi sta.

Per riprendermi ho avuto bisogno di mettere sul giradischi di casa un pezzo di musica vera, di quelli corroboranti. Da poco tempo mi avevano portato, concessione straordinaria, al concerto che i Rolling Stones tennero a Roma, nel 1967. La canzone finale di quel concerto memorabile, storico, fu la mia preferita del gruppo di Mick Jagger e Brian Jones: Ruby Tuesday. Sì c’era ancora Brian, sul palco, indossava un meraviglioso paio di pantaloni di velluto rosa e una giacca coloratissima, a fiori. Keith Richard (ancora senza “s” finale) credo avesse una giacca scura a rigoni bianchi, gli altri chissà. Mick, in completo (mi pare) rosso scuro e camicia candida, cantando la “mia” canzone si impossessò di un fascio di rose che qualcuno aveva gettato sul palco e cominciò a rotearle sulla testa, nel delirio generale.

Ruby Tuesday la suonano ancora, gli Stones, in quasi tutti i concerti, cinquant’anni dopo, saltellando miracolosamente per i palchi di tutto il mondo. È una canzone eterna, come loro. E io stesso, quando devo fare colpo su qualche ragazza, scelgo ancora e sempre  di suonare al piano la sua introduzione, raccomandandomi a San Michele Arcangelo per quando dovrò cominciare a cantare. “She would never say, where she came from…”.