Ummagumma (Pink Floyd, 1969) – El Topo (Alejandro Jodorowsky, 1970)

Che anno è? – Rubrica a cura di Giorgio Cavagnaro. All’inizio degli anni Settanta, decollai verso il mito: mi attendeva la swingin’ London che avevo bramato fino allora solo dalle pagine di Ciao Amici, o Giovani. Devo fare una confessione, però: come capitò per il concerto dei Rolling Stones, al Palaeur nel ’67, non ero solo. Ancora una volta fu la sorella grande a offrirmi questa chance, che io colsi come un dono del cielo.

Ubriaco dei colori e dei suoni di Carnaby Street e Shaftesbury Avenue, capelli e minigonne mai viste prima, tornavo ogni sera all’hotel con la busta degli acquisti del giorno. Mi bastò una corsa notturna sul tube, direzione King’s Road per innamorarmi di una ragazza di cui mai saprò il nome, visto che il nostro faticoso dialogo non durò più di quindici minuti. Mi sentivo trasformato, onnipotente nei miei jeans a zampissima d’elefante con ricamo hippy sulle tasche posteriori.

In una di quelle buste, con sopra il nome di un anonimo negozio di dischi usati, c’era la mia copia di Ummagumma.

Ah, se avessimo saputo noi ragazzotti che abbiamo consumato questo doppio vinile (uno live e uno registrato in studio) sui giradischi del Reader’s Digest, che i Pink Floyd stessi avrebbero poi definito il disco “Un disastro” (Roger Waters), “Orribile” (David Gilmour), “Un esperimento fallito” (tutti in coro).

Niente, per noi ogni nota era sacra. E ancora oggi mi ostino a  pensare che il live abbia una forza travolgente e che il disco inciso in studio (assai noioso) contenga almeno una perla, chiamata Grantchester Meadows.

In Italia intanto si affacciava il genio di uno sciamano occidentale nato in Cile, occultista, filosofo, cineasta, scrittore: Alejandro Jodorowsky, che proponeva al pubblico El Topo, film truculento come pochi ma visionario come nessun altro, eccetto forse La Montagna Sacra, stesso autore. Andai a vederlo con mio fratello, il quale pronunciò all’uscita una frase rimasta storica: «D’ora in poi, solo Paperino». In effetti le vicende narrate e spiattellate senza remore nel film, traboccante sangue, sesso, mutilazioni, dissacrazioni assortite e simbologie occulte sono almeno scioccanti, per chi va al cinema credendo di godersi un western qualsiasi. Ma John Lennon, Peter Gabriel, Marilyn Manson, David Lynch, i Kasabian e anche Franco Battiato, folgorati da questa pellicola, non sono gente comune, come mio fratello.

Il produttore del film è una vecchia conoscenza, quell’Allen Klein, manager che portò alla disgregazione dei Beatles. Klein, un vero sciacallo, litigò ferocemente anche con Jodorowsky, a colpi di milioni di dollari, cause infinite e avvocati insaziabili. Trent’anni dopo, vecchietti, si incontrarono a New York nell’ufficio di Klein, si bevvero una bottiglia di champagne e fecero la pace. Così va il mondo dei vip.