The Wife – Vivere nell’ombra: Glenn Close protagonista di un viaggio alla riscoperta dell’emancipazione femminile

(di Claudia D’Agnone) “Dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna”, un detto abusato quanto veritiero che sembra la perfetta descrizione di The Wife – Vivere nell’ombra, pellicola tratta dall’omonimo romanzo di Meg Wolitzer nelle sale italiane dal 4 ottobre.

Ambientato negli anni ’90, con incursioni negli anni ’50 per raccontare il passato dei protagonisti e permettere ai segreti di palesarsi al pubblico, The Wife parla di relazioni matrimoniali, di talento, di ambizione e di quanto siamo disposti a sacrificare all’altare del talamo nuziale. Il sacrificio, come da titolo, spetta quasi sempre alla controparte femminile, una formidabile Glenn Close, moglie devota di Joe Castleman (Jonathan Pryce), autore letterario acclamatissimo dalla critica.

Il film si apre con la chiamata che ogni scrittore sogna di ricevere: Joe ha vinto il premio Nobel per la letteratura! Proprio questo avvenimento spariglia le carte in un’unione all’apparenza normale, equilibrata, solida. Dai numerosi flashback scopriamo infatti che l’arte della narrazione non è frutto dell’ingegno di Joe Castleman, ma di sua moglie, negli anni ’50 sua avvenente e talentuosa studentessa. Scontratasi presto con la realtà editoriale di quegli anni, che non avrebbe mai dato credito a una penna femminile, Joan, innamorata di quello che sarà destinato a diventare suo marito, gli cede le sue opere per vivere la gioia di vedersi pubblicata, seppur sotto altro nome.

All’ennesimo ruolo di accompagnatrice che le spetta, Joan non riesce più a soffocare le sue ambizioni, sapendo di essere l’effettiva vincitrice del premio. Nonostante il risentimento che inizia a farsi strada, difende il marito dalle critiche del figlio David (Max Irons), frustrato e schiacciato dal peso di un padre importante e dalle accuse infamanti, ma fondate del giornalista Nathaniel Bone (Christian Slater).

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Diretto da Björn Runge, vincitore dell’Orso d’Argento a Berlino, con la sceneggiatura di Jane Anderson, il lungometraggio sembra quasi un adattamento teatrale, cento minuti di crescente pathos che culminano in un inevitabile punto di rottura, forse unica parte veramente “romanzata” dell’intera pellicola.

Il vero valore del film è tutto nei protagonisti, capaci di rendere al meglio i dialoghi brillanti e rappresentare tutte le sfaccettature di due persone che si sono amate, ma sono state allontanate l’una dall’altra da una scelta condivisa che li ha condannati all’infelicità.

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Un film che vi farà immergere nelle pieghe di un matrimonio infelice e vi farà inevitabilmente interrogare sui compromessi che facciamo per amore, sui sacrifici cui spesso sono condannate le donne e sul significato che attribuiamo al rispetto reciproco.

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