Stronger – Io sono il più forte, oltre il mito dell’eroe americano

(di Claudia D’Agnone) Stronger – Io sono più forte è un film tratto dal libro di Jeff Bauman, sopravvissuto all’attentato alla Maratona di Boston del 2013 in cui ha perso le gambe, presentato in anteprima italiana il 28 ottobre 2017 alla Festa del Cinema di Roma e in uscita nelle sale il 4 luglio.

La pellicola è una storia forte, di resilienza, ma anche di fragilità e paura, quelle di un uomo che ha vissuto un evento traumatico di cui porterà i segni nell’anima e nel corpo per la vita, che da persona normale è diventato eroe nazionale, emblema del famoso “se non uccide fortifica”.

Il film racconta una storia molto recente, scava in una ferita ancora aperta e, nonostante non abbia velleità di kolossal, è toccante, onesto e privo di enfasi.

15 aprile 2013, il giorno della Maratona di Boston: Jeff è un impiegato del reparto gastronomia di Costco e quel giorno ha chiesto un permesso al lavoro per poter attendere al traguardo Erin, ex fidanzata con cui vive un rapporto travagliato. Desideroso di dimostrarle il suo amore, pronto a vivere finalmente una storia matura, Jeff attende l’arrivo di Erin, che non concluderà mai la maratona, interrotta dallo scoppio delle bombe. Jeff, ferito gravemente, sopravvive all’attentato e riesce ad identificare uno dei criminali aiutando le autorità alla sua cattura. Da quel momento il mondo di Jeff Bauman cambia per sempre: a 27 anni si trova a dover affrontare una vita senza le sue gambe e una nuova esistenza pubblica, in breve tempo Boston fa di lui il proprio simbolo.

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Un plauso all’interpretazione di Jake Gyllenhall, uno degli attori più talentuosi della sua generazione, che ha dato vita a un Jeff arrabbiato, innamorato, impaurito, senza mai cadere nel facile patetismo, rispettando la persona dietro il suo personaggio e dando voce a quella che è la domanda implicita di tutto il film “Perché Jeff è diventato un simbolo? Quale azione gli ha permesso di diventare un eroe?”.

L’intento del regista David Gordon Green era quello di affrontare proprio il dolore del Jeff privato, i suoi momenti di cedimento, l’incapacità di comunicare con la sua famiglia, felice della notorietà improvvisa di Jeff e poco attenta ai risvolti psicologici di questa esposizione, la sua relazione tormentata con Erin. E se la storia personale è portata in scena in maniera magistrale sia da Gyllenhall che dalla coprotagonista Tatiana Maslany, già abituata a dar voce efficacemente a molteplici personaggi nella serie Orphan Black, viene decisamente meno il ruolo pubblico di Jeff, l’importanza della sua figura per la città di Boston e per gli Stati Uniti. Una scelta voluta, forse rischiosa, quella di dar voce a una figura che l’America ha sentito il bisogno di osannare e di amare, per unirvisi attorno, per potersi rialzare. E un pizzico di retorica da “grande racconto americano” la troviamo sicuramente alla fine, quando scorrono sullo schermo fotografie del vero Jeff con la moglie e la figlia e di Jeff ed Erin finalmente al traguardo della Maratona di Boston 2016, tre anni dopo l’attentato, tre anni dopo il buio, finalmente entrambi arrivati al loro traguardo.

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Un film onesto e toccante, la storia vera di un eroe quotidiano, travolto da una situazione a cui nessuno penserebbe di riuscire a sopravvivere, che affronta le sue battaglie ogni giorno ispirando gli altri e spingendoli a credere di avere la forza di fare quello che non avrebbero mai creduto possibile.

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