La protagonista Charlotte Rampling e il regista Andrea Pallaoro raccontano “Hannah”, in uscita nelle sale italiane il 15 febbraio

(di Claudia D’Agnone) Charlotte Rampling si presenta eterea e distaccata al cospetto della stampa milanese, ricordando ai più la donna che in Italia venne lanciata da Luchino Visconti con un ruolo marginale, ma mai dimenticato, ne “La caduta degli dei” (1969). E proprio quel ruolo ha fatto innamorare dell’attrice il regista trentino Andrea Pallaoro, classe 1982 e formazione a stelle e strisce, tanto da ispirargli interamente la sceneggiatura di “Hannah”, con cui la Rampling ha vinto la Coppa Volpi per la miglior interpretazione alla 74. Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.

«Se Charlotte non avesse accettato mi sarei dedicato ad altri progetti, – ammette il regista, noto per il successo internazionale del suo primo lavoro, “Medeas” – è stata lei la mia musa sin dalle prime battute che ho scritto assieme a Orlando Tirado».

Non è la prima volta, svela la Rampling, che un ruolo le viene proposto perché scritto pensando a lei. Oltre che un attestato di stima a un’attrice che non ha bisogno di presentazioni, linfa per lo spirito libero dell’interprete che si ritiene una vera freelance in ambito cinematografico data l’assenza di legami con case di produzione specifiche per un certo numero di film.

«La libertà di scegliere il progetto per me è un’esigenza – dice – anche se non è così facile trovarsi nella posizione di poterlo fare, ma quando hai uno spirito libero non puoi contrastarlo».

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“Hannah”, co-produzione Italia-Belgio-Francia, distribuita in Italia da I Wonder Pictures, esce nelle sale il 15 febbraio ed è il primo capitolo di una trilogia (Pallaoro inizierà le riprese del secondo progetto, “Monica”, in estate) volta a esplorare l’animo femminile.

«Il film nasce dalla convinzione che l’osservazione intima di un singolo personaggio, o persino di un singolo stato d’animo – spiega il regista – possa riflettere la nostra condizione di esseri umani e permettere a chiunque di ‘specchiarsi’ nel personaggio e nella storia. È questa la catarsi cui aspiro: dare allo spettatore la capacità di riconoscersi e magari capire qualcosa di più di se stesso».

La pellicola ci mostra la vita di Hannah, una donna che cerca di aggrapparsi alla routine all’indomani dell’arresto del marito. La seguiamo al lavoro, in piscina, ai corsi di teatro, la vediamo tentare un approccio con il figlio con cui non parla più e in ogni istante noi siamo con Hannah, siamo Hannah e ci poniamo diverse domande: che ha fatto il marito per essere incarcerato? Perché il figlio non vuole parlare con lei? Dilemmi che restano volontariamente insoluti, come spiega Pallaoro: «Fin dall’inizio volevo concentrarmi sul mondo interiore senza inserire giudizi morali, anche per non distogliere l’attenzione dal cuore del film: il mondo interiore della protagonista che va in frantumi, il disorientamento, senza la distrazione fuorviante sul reato del marito, che avrebbe volgarizzato la trama ed eliminato in parte l’effetto catartico».

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Il lungo lavoro fatto su “Hannah” è stato frutto anche di un rapporto di fiducia costruito tra Andrea Pallaoro e Charlotte Rampling, ancora fortemente legati a livello emotivo al progetto. Entrambi ritengono, infatti, che sarebbe interessante rivedere il film a distanza di anni per poter mantenere il giusto distacco e poterlo valutare oggettivamente, goderne come pubblico. A posteri(ori), dunque, la loro ardua sentenza.

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