Chiusa la Festa del Cinema di Roma, un breve viaggio tra i film dell’undicesima edizione

Alla vigilia dell’ultimo “incontro ravvicinato”, quello con Roberto Benigni di domenica 23 ottobre, il pubblico dell’undicesima edizione della Festa del Cinema di Roma ha emesso il suo verdetto: il film più votato è Captain Fantastic.

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La pellicola di Matt Ross con Viggo Mortensen nei panni di un padre che coltiva il sogno di allevare i sei figli nella foresta lontano dalle suggestioni e dalla corruzione della società consumistica, insieme con Louise en hiver e Sing Street, era una delle tre, fra le circa quaranta della selezione ufficiale, presentata in collaborazione con Alice nella Città.

Anche quest’anno, quindi, la sezione autonoma e parallela della Festa, più vecchia di tre anni di quest’ultima essendo giunta alla sua quattordicesima edizione, ha proposto lavori molto interessanti. Fra questi, 3 Generations – Una famiglia quasi perfetta di Gaby Dellal. Interpretata da un trio di attrici straordinarie – la giovanissima Elle Fanning, nei panni della protagonista, Naomi Watts, in quelli della madre di questa, Susan Sarandon, della nonna – è una riflessione sull’identità, che coinvolge tutte e tre le generazioni del titolo. La più giovane si sente costretta nel suo corpo femminile e vuole cambiare sesso. Per farlo, però, ha bisogno delle firme di entrambi i genitori, solo che la madre, depressa e incasinata, non ha più rapporti con il padre della ragazza e in realtà non è poi tanto convinta della scelta radicale della figlia. La nonna, dal canto suo, che vive con la compagna ormai da anni, non capisce perché la nipote non possa  essere semplicemente omosessuale. Fra momenti dolorosi e situazioni divertenti, la linea verticale della singolare famiglia, si allarga a sorpresa in senso orizzontale, in un gioco in cui i ruoli parentali e sessuali si confondono, si accavallano, ma raggiungono una sorta di ordine ideale.

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È alla ricerca dell’identità sessuale anche il protagonista di Moonlight, il film di Barry Jenkins che ha aperto la selezione ufficiale della Festa. Crescere in un quartiere malfamato di Miami non è facile, tantomeno per un ragazzino in cerca d’amore. Un sentimento che non abita da quelle parti: la madre tossica non si cura di lui e passa le giornate in cerca di una dose, in classe poi il nostro viene tormentato quotidianamente dai bulli di ogni ordine e grado. Gli unici a dargli un minimo di attenzione sono uno spacciatore cubano con la ragazza e un compagno di scuola. È questo a regalargli uno scampolo di affettività nel corso di una magica notte al chiaro di luna. Per anni sarà quello l’unico momento d’amore nell’esistenza arida del giovanotto. Che prova a rivivere, molti anni dopo, quando ritrova il vecchio amico di un tempo e forse anche il suo vero se stesso.

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Dai ghetti afroamericani di oggi, regno della schiavitù alla droga e alla prostituzione, alle origini dello schiavismo americano con The Birth of Nation, che sui nostri schermi uscirà con il titolo “Il risveglio di un popolo”. Scritto, prodotto, diretto e interpretato da Nate Parker, alla sua prima prova dietro alla macchina da presa, è un potente affresco, carico d’enfasi, sulla parabola del giovane Nathaniel, cresciuto in una piantagione di cotone della contea di Southampton, in Virginia, presso una famiglia, per quei tempi, illuminata. La moglie del proprietario terriero, infatti, impartisce lezioni di Bibbia al piccolo Nat, facendone una sorta di predicatore. Da grande, infatti, il ragazzo, che negli anni ha sviluppato una grande capacità oratoria, viene utilizzato per rabbonire i sentimenti di rivolta che serpeggiano fra gli schiavi. Quando però il padrone accetta di portarlo in giro a diffondere la sua parola di pace nelle piantagioni del circondario, Nate resta inorridito per le condizioni disumane nelle quali sono costretti i suoi fratelli e capisce che i sermoni non possono nulla contro tali ingiustizie.

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Oltre al dramma della schiavitù sotto i riflettori della Festa del Cinema è finita anche la tragedia dell’Olocausto, ne La verità negata di Mick Jackson. Un thriller giudiziario avvincente e istruttivo ispirato al vero processo Irving contro Lipstadt, che negli anni Novanta del secolo scorso ha catalizzato l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale. Lo storico militare inglese David Irving (Timothy Spall) attacca pubblicamente la studiosa americana Deborah Lipstadt (Rachel Weisz), che lo ha etichettato come negazionista nel suo saggio “Denying the Holocaust”, e la cita in giudizio per diffamazione. Sceglie come sede del dibattimento, però, non gli Stati Uniti, ma Londra, perché il sistema giuridico inglese prevede che l’onere della prova cada sull’imputato. Così la dottoressa Lipstadt, supportata da un agguerrito team di avvocati, fra i migliori dell’intera Gran Bretagna, si vede costretta a dover dimostrare che l’Olocausto, uno degli eventi più gravi della storia dell’umanità, non è un’invenzione…

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Simile in quanto a tensione emotiva è un altro thriller, questa volta d’inchiesta, ma ugualmente ispirato a una storia vera. Parliamo de La fille de Brest della francese Emmanuelle Bercot. La “ragazza” del titolo è la dottoressa Irene Frachon, una pneumologa di un ospedale della città bretone che scopre una pericolosa relazione fra l’assunzione di un farmaco presente sul mercato da trent’anni, il Mediator, e alcune morti sospette per problemi cardiaci. Le sue ricerche, sempre più approfondite, la portano a uno scontro frontale con le grandi industrie farmaceutiche, ma nonostante le difficoltà, le intimidazioni e gli ostacoli, la sua battaglia per la verità non si ferma.

È un thriller classico, invece, ma anche questo senza un attimo di respiro, The Accountant di Gavin O’Connor. Ben Affleck è Christian Wolff, contabile delle più grandi organizzazioni criminali del pianeta – mafia russa, camorra, Cartello di Sinaloa, Triade cinese e chi più ne ha più ne metta – che copre le proprie attività illegali dietro la vetrina di una piccola agenzia di consulenza fiscale in una cittadina della profonda provincia americana. Amante dei numeri più che delle persone, Christian, che soffre di una forma particolare di autismo, viene reclutato da una società di robotica all’avanguardia nella quale i conti da un po’ di tempo non tornano. Il commercialista del crimine accetta l’incarico e individua immediatamente un ammanco di milioni di dollari. Qualcuno ovviamente non vuole che la cosa si venga a sapere e minaccia di morte lui e l’impiegata che per prima aveva notato l’anomalia. Ma Wolff non è semplicemente un contabile, per salvare la vita della ragazza e anche la sua, mette in campo tutte le sue straordinarie e sorprendenti capacità.

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Non solo Ben: nella selezione ufficiale della Festa di Roma c’era anche suo fratello minore, Casey Affleck, protagonista di quello che a nostro parere è il film più emozionante dell’intera manifestazione. Intenso, toccante, di una drammaticità a tratti insostenibile, Manchester by the Sea di Kenneth Lonergan ci porta nel Nord-Est degli Stati Uniti, in una cittadina di mare del Massachusetts, dove Lee Chandler, dopo la morte del fratello Joe, viene nominato tutore del nipote adolescente Patrick. La madre del ragazzo, alcolizzata e con problemi di depressione, ha abbandonato la famiglia molti anni prima, così al mondo per Patrick c’è solo lo zio Lee, con il quale da bambino aveva un rapporto molto stretto. Quel Lee lì però non esiste più. Una tragedia del passato che lo sta consumando giorno dopo giorno lo ha spinto lontano da Manchester. Oggi Lee lavora come tuttofare in alcuni condomini alla periferia di Boston, vive in uno scantinato, non ha amici, né una donna. È solo. Completamente solo con il suo dolore. Uscire da questa condizione sembra impossibile, ma la vita un giorno forse potrebbe ricominciare anche per lui.

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La circolarità della vita, le cadute e le risalite, la speranza e la disillusione viaggiano all’interno del treno di Immortality, il film di Mehdi Fard Ghaderi tutto girato, in un incredibile piano sequenza di 151 minuti, tra gli scompartimenti di un treno iraniano. Le sei famiglie che s’incrociano nei corridoi sono in realtà sempre la stessa: una sorella, un fratello, la moglie di questo, i genitori, ecc. e rappresentano i diversi momenti della vita, tra loro connessi e concatenati, in un gioco di destini che si ripete all’infinito, per l’eternità.

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I gesti, le azioni, le parole che si ripetono sempre uguali sono anche quelli della protagonista di Sole cuore amore di Daniele Vicari, uno dei quattro titoli italiani presenti nella rassegna principale. Qui però siamo dalle parti del cinema sociale, alla Ken Loach, per intenderci. La barista Isabella Ragonese, madre di tre ragazzini, con un marito disoccupato (“l’ex Libanese” Francesco Montanari) percorre ogni giorno le stesse strade, un cerchio nel quale entra alle 4.30 del mattino che la riporta al punto di partenza diciotto ore più tardi, dopo una lunga sequenza di pullman, metropolitane, cappuccini, cornetti, battute da bar, frustrazioni, umiliazioni. I figli quasi non la conoscono e il rapporto con il marito è intermittente e circoscritto a qualche minuto la sera. L’amica del cuore (Eva Grieco) che vive nel suo stesso condominio rappresenta il suo alter ego, ma questa non sta molto meglio di lei. Ballerina e performer nei locali notturni di Roma e dintorni cerca l’amore ma non lo trova né riesce ad avere un rapporto sereno con la madre vedova, alla quale non va giù la scelta della figlia, che avrebbe potuto avere tutto, e lo aveva, e invece ha preferito un’altra esistenza a quella preconfezionata dalla famiglia. Alla fine, nel mondo di solitudine e di precarietà di Vicari per la speranza non sembra proprio esserci spazio.

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Chi invece i sogni continua a inseguirli è la Maria per Roma di Karen Di Porto. Sbattendosi tutto il giorno tra provini cinematografici, teatrini off, check-in dei turisti per le case vacanza della Rome Sweet Home, ciak improbabili sul greto del Tevere, Maria non si perde d’animo. Nonostante una madre sull’orlo di una crisi di nervi e le tante false promesse che le piovono addosso. Come una novella Nanni Moretti, attraversa in scooter le strade della metropoli circondata dalla Grande bellezza di una città indifferente. Alla fine della frenetica giornata le illusioni e i desideri resteranno tali e le tante domande senza una risposta.

Chi cerca per anni una risposta ai suoi quesiti è il protagonista di Lion, il film di Garth Davis con Dev Patel, Nicole Kidman e Rooney Mara. Quando era ancora un bambino, Saroo si era perso. Finito su un treno che aveva attraversato l’India, da Madras a Calcutta, si era ritrovato centinaia di chilometri lontano dalla sua casa, dalla madre e dai fratelli, adottato come orfano da una famiglia australiana. Venticinque anni più tardi, Saroo vuole riallacciarsi al suo passato e con grande determinazione, supportato dalla tecnologia (Google Earth), si mette sulle tracce della sua famiglia d’origine. Per un viaggio commovente a ritroso nel tempo e nello spazio.

È una famiglia latitante, invece, quella del quattordicenne protagonista di Goodbye Berlin, altro film di Alice molto interessante, firmato da Fatih Akin, regista tedesco di origine turca che già ci aveva sorpreso piacevolmente qualche anno fa con il divertente “Soul Kitchen”. La madre è alcolizzata, il padre se la fa con la segretaria e lui vive praticamente da solo in una villa con piscina alla periferia di Berlino. A scuola non se lo fila nessuno, tantomeno la più bella della classe, che invita tutti, tranne lui, alla sua festa di compleanno prima delle vacanze estive. In realtà, c’è anche un altro ragazzo che è stato escluso dal party, un giovanotto russo dai tratti asiatici arrivato in classe alla fine dell’anno scolastico. I due, pur se seduti nello stesso banco, non si sono mai frequentati, ma la condizione di emarginati finisce per accomunarli, tanto che i due, dopo una spettacolare visita alla festa della spocchiosa compagna di classe, partono a bordo di una Lada rubata per un viaggio surreale in direzione della lontana Valacchia.

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È un outsider anche il liceale di I Am not a Serial Killer, anzi a scuola lo considerano proprio uno psicopatico. Del resto, l’ambiente in cui è cresciuto non è esattamente dei più rassicuranti. La madre, separata, si occupa dell’imbalsamazione dei cadaveri e lui, assieme alla zia, le dà una mano. Ultimamente poi, nella piccola cittadina di provincia in cui vive, il lavoro non manca: si sta verificando infatti una serie di omicidi raccapriccianti, nei quali alle vittime vengono asportati gli organi. Il ragazzo è attratto dai delitti e teme di avere delle pulsioni omicide. Per tenerle a freno, frequenta uno psichiatra, ma il reiterarsi delle morti lo coinvolge sempre più da vicino. Thriller che sconfina nell’horror splatter, il film di Billy O’Brien annovera nel cast il grande Christopher Lloyd, Emmett “Doc” nella trilogia di “Ritorno al futuro”.

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Il capofila di tutti i serial killer, “il mostro di Dusseldorf”, è al centro di Fritz Lang“, singolare biopic sul grande regista viennese, autore di grandi film come “Metropolis”, “La strada scarlatta” e “Il grande caldo”. Concentrandosi sulla genesi della pellicola interpretata da Peter Lorre, “M – Il mostro di Dusseldorf” per l’appunto, Gordian Maugg traccia un ritratto di Lang che ne mostra tutta la genialità, ma anche il sadismo e i lati oscuri, come la vicenda che lo vide coinvolto nell’uccisione della prima moglie, sulla quale non si è avuta mai una verità definitiva. Il film scava nel “mostro”, nel “demone” che si agitava nel regista, mostrandoci la sua arroganza ma anche le sue debolezze. Il tutto in un bianco e nero espressionista e “croccante” che si fonde alla perfezione con le immagini di repertorio e con quelle di “M”.

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Si celano dei piccoli mostri anche dietro le sembianze dei quattro ragazzini israeliani di Land of the Little People. Nella base militare in cui vivono con le famiglie fatte in serie – i padri in divisa e sempre in partenza per il fronte, le mamme perennemente incinta – ci si annoia mortalmente, allora per vivacizzare le giornate il quartetto di giovanissimi, tre maschi e una femmina, se ne va a caccia armato di balestre, archi e frecce sacrificando gli animali catturati a una creatura immaginaria che giacerebbe in un pozzo all’interno di una casa diroccata. Quando due giovani disertori si accampano nel loro rifugio, i ragazzini passano all’attacco e stavolta il bersaglio delle loro scorribande non sono più le bestie inoffensive ma i due traditori della patria. Che secondo loro, figli e orfani di eroi di guerra, meritano di essere esemplarmente puniti. Una critica, neanche troppo velata, alla militarizzazione della società israeliana da parte della coppia Yaniv Berman-Tony Copti, rispettivamente regista, israeliano, e produttore, palestinese, del film.

Alla violenza insensata degli uomini risponde quella imprevedibile della natura, protagonista in tutta la sua potenza di 7.19AM, film messicano di Jorge Michael Grau con Demian Bichir, il detective Marco Ruiz della serie tv  “The Bridge”. Lui e alcuni degli altri personaggi, che nel lungo piano sequenza che copre i primi dieci minuti del film vediamo interagire al piano terra di un palazzo ministeriale di Città del Messico, restano intrappolati sotto le macerie dell’edificio, che crolla letteralmente sopra le loro teste in seguito a una violentissima scossa di terremoto. Tutto il film dall’inizio dell’attività sismica si svolge a quel punto sotto le macerie, mostrandoci il punto di vista, disperato e claustrofobico, di chi è in trappola. Nella situazione estrema in cui si trovano i malcapitati, la verità sui loro rapporti emerge a quel punto, quando ormai nessuno ha più niente da perdere, in tutta la sua tragica evidenza.

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Al final del tunel è un altro dei vari film latinoamericani che quest’anno affollavano la selezione ufficiale della Festa. Si tratta di un thriller argentino magnificamente congegnato, con una sceneggiatura di ferro nella quale ogni “semina” viene raccolta al moneto opportuno. Il protagonista è un uomo costretto su una sedia a rotelle che vive solo in una grande casa nel centro di Buenos Aires. Qualcosa cambia nella sua vita il giorno in cui una ragazza madre con la figlioletta prende in affitto una stanza nell’abitazione dell’uomo. Contemporaneamente, alla maniera del James Stewart de “La finestra sul cortile”, l’uomo scopre che nella cantina accanto alla sua una banda di rapinatori sta scavando un tunnel per raggiungere il caveau della banca accanto. Giorno dopo giorno, l’uomo segue l’evoluzione dell’operazione fino alla data del colpo. In un crescendo di tensione e colpi di scena, l’uomo si prepara a vivere la notte più lunga della sua vita.

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